VII

Difficile da spiegare







Il gatto che era en­trato nel giardino del dottor Panelli mi aveva fatto venire un’idea. I sia­mesi sono tutti uguali, ho pensato. Se ne trovo uno, e poi gli metto un col­larino rosso e un campanello d’ar­gento, sono a posto: Bianca riavrà il suo gatto e io riavrò la sua amicizia. Tutti vivranno felici e contenti, meno il povero Romeo, perché alla morte non c’è rimedio.

Dopo la scuola, sono entrato nel negozio di animali che c’è in piazza grande. Avevano dei siamesi. Tre era­no nati da poco, e quindi li ho scartati. Il quarto era più o meno come Romeo, forse un po’ più ossuto, co­munque poteva andare.

Sono stato un bel po’ a guardarlo, poi ho chiesto alla commessa:

– Quanto costa quel gatto lì?

Mi ha sparato una cifra. Non ce li avevo tutti quei soldi nel mio borsel­lino. Neanche nel salvadanaio che tengo nascosto in cameretta. Chi si immaginava che un gatto potesse co­stare tanto? Persino più di una Play­station.

La commessa deve aver letto la di­sperazione sulla mia faccia.

– Prova dal veterinario, – ha detto. – Lì puoi trovare dei gatti gratis.

Sono andato dal veterinario, che sta dall’altra parte del paese. C’era un sacco di gente dentro lo studio. Mi sono seduto ad aspettare. Più di un’ora e mezza ho aspettato. Per poi sentirmi dire dal veteri­nario che non aveva nessun siamese.

«Ecco come buttar via un pome­riggio» pensavo, piuttosto di malu­more.

Al ritorno, ho fatto il giro largo per non passare davanti alla casa di Bianca. Non volevo incontrarla, mi sentivo troppo abbattuto. Nel giar­dino del dottor Panelli ho visto di nuovo quel gatto siamese. Così, senza pensarci due volte, l’ho chia­mato: – Micio...

Il gatto si è voltato a guardarmi.

Anch’io lo guardavo e stavo fermo, cercando di non spaventarlo. – Vieni qui, micetto... micioooo... – ho detto.

Quando mi è stato abbastanza vicino, l’ho afferrato per portarmelo via. Con un collarino ros­so e un campanello d’argento sarebbe diventato il nuovo Romeo.

L’animale però non era d’accordo con il mio bel progetto. Si divincola­va, si contorceva, graffiava, miagola­va: era una furia scatenata. A un cer­to punto non ce l’ho fatta più a tener­lo ed è scappato via a zampe levate. Addio gatto.

No, arrivederci. Mi è ve­nuto in mente subito cosa fare. Avrei pro­vato ad attirarlo con una fetta di pro­sciutto, e al momento giusto l’avrei chiuso dentro lo zaino. L’avrei portato da Bian­ca, trasformandomi da vile assassino in mitico ritrovatore di gatti sperduti.

Poteva funzionare. E nonostante tutto cominciavo ad essere ottimista. Perché ancora non sapevo cosa mi aspettava a casa.

Mia madre era furibonda. – È questa l’ora di tornare? Si può sapere dove sei stato? Perché non mi hai avvisata?

– Ho aiutato Bianca a cercare il suo siamese, – ho detto per difendermi.

Lilli scendeva le scale in quel mo­mento, e ha capito quello che non mi aspettavo che capisse.

– Cattivo, non dovevi dirlo! – ha ur­lato tra i singhiozzi. – Adesso il gatto morto non ci va più in paradiso...

E quello è stato il principio della fine.

Un po’ per volta, è venuta fuori tut­ta la faccenda. Mia madre non voleva credere che avessi centrato il gatto per puro caso. Proprio come avevo previsto.

– L’hai fatto apposta, ammettilo, – strillava con la sua voce isterica. – Sei un incosciente, Diego, un ir­responsabile. Pensa se invece di un gatto colpivi un bambino. Tua sorel­la, per esempio.

Io mi sono messo a singhiozzare ancora più forte, ma lei non ci ha fatto caso.

– E perché non l’hai detto subito?

Questo era difficile da spiegare.

– Ho avuto paura che ti arrabbias­si, – ho mormorato. Era la risposta che lei voleva sentire per darmi subi­to un’altra lezioncina.

– È delle bugie che bisogna aver paura, caro mio. Non della verità.

A questo non ho risposto, perché non ero d’accordo. Anche confes­sandole tutto fin dal principio, lei avrebbe trovato il modo di sgridarmi lo stesso. E lei ha approfittato di quella pausa per chie­dere a Lilli:

– E tu, perché sei stata zitta?

– Perché se no il gatto andava all’inferno...– ha singhiozzato lei, agi­tatissima.

external image placeholder?w=204&h=300Mia madre non ci ha visto più dal nervoso e mi ha mollato uno schiaf­fone.

È andata avanti un bel po’ a but­tarmi addosso parole come sassi. Anche se i segni non si vedevano, mi facevano male. Molto più male dello schiaffone, che in fondo non era stato tanto forte.

Quando si è un po’ calmata, mi ha detto ancora:

– E quel che è peggio, hai inganna­to Bianca, che è tua amica e si fida di te. Ti rendi conto?

– Non sapevo che fosse il suo gatto.

Almeno al principio, questo era ve­ro. Ma mentre lo dicevo, mi rendevo conto che ormai quella verità non va­leva più niente. Era stata trasforma­ta in spazzatura da quello che avevo fatto dopo.

Mia madre mi ha guardato con di­sprezzo. – Lo sai cosa devi fare ades­so, non è vero? Adesso vai a casa di Bianca e le racconti tutto. Era una cosa che dovevi fare subito, caro mio, invece di girarci tanto intorno.

Le sue parole mi facevano male. Perché lei mi giudicava dal di fuori, e non sapeva niente di quello che avevo patito dentro. Se avevo te­nuto nascosta la verità a Bianca, non era stato per vigliaccheria. Era stato solo per non farla soffrire, perché era amica mia e le volevo bene.

Lo capivo benissimo che avevo sbagliato fin dal principio. Ma bisogna finirci, dentro una faccenda cosi complicata, per rendersi conto di co­sa si prova. Non riuscivo a trovare le parole per spiegarlo come si deve, era troppo difficile.

– Vai, e subito! – ha detto la mam­ma, con un tono di voce che non fa sconti.

Sono uscito di casa e mi sono av­viato verso il mio destino.

Romeo, – ho mormorato, lan­ciando un ultimo sguardo verso il fosso, – almeno tu puoi testimoniare che è stata veramente una disgrazia.

Uno su un milione che riuscissi a convincere Bianca.
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